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stress quando il tempo non c'è

Quando il tempo non c'è...

July 12, 20244 min read

Percorsi di consapevolezza

EMPOWERHER

Quando il tempo non c'è

Ci sono periodi in cui il tempo sembra non esserci mai. Non perché le ore siano davvero diminuite, ma perché sono interamente occupate da richieste, responsabilità, ruoli che si accavallano senza tregua.

In questi momenti, il tempo per sé non viene scelto di rimandare: scivola ai margini, fino a diventare quasi invisibile.

Questo articolo non parla di come “organizzarsi meglio”, ma di cosa accade dentro quando il tempo diventa sempre una rincorsa, e di come ritagliare piccoli spazi per tornare in contatto con ciò che per te è prioritario — prima ancora che urgente.


Il problema comune

Molte donne raccontano una quotidianità fatta di incastri continui:

  • lavoro

  • famiglia

  • casa

  • cura di figli o di genitori anziani

Un equilibrio che richiede attenzione costante e una grande capacità di adattamento. Nel tempo, però, questa gestione porta spesso a una sensazione di pressione interna: il tempo è sempre poco, le richieste sempre molte, lo spazio per sé sempre rimandato.

A emergere non sono solo stanchezza e stress, ma anche frustrazione, sensi di colpa e la sensazione di non sentirsi davvero viste o riconosciute — né dagli altri, né da se stesse.

La mancanza di tempo per se stesse

Quando chiedo:
“Cosa vorresti veramente, per te?” spesso accade una pausa.

Uno spazio vuoto, a volte imbarazzante. Lo sguardo si sposta, il corpo si irrigidisce, e arriva una risposta rapida:

  • “Non lo so.”

  • “Non ho neanche il tempo di pensarci.”

In quel momento non manca il desiderio. Manca il contatto.

Fermarsi su questa domanda significa esporsi alle conseguenze: riconoscere ciò che pesa, ciò che manca, ciò che forse andrebbe cambiato. E allora si va avanti. Si rimanda. Si continua a funzionare.

Non per disinteresse, ma per protezione.

Perdita di ascolto interno

La perdita dell’ascolto interno non avviene all’improvviso. È un processo graduale. All’inizio è solo una tensione di fondo, una stanchezza che non trova parole. Poi, anche quando provi a fermarti, qualcosa prende il sopravvento: l’ansia, il senso di inadeguatezza, la paura di “aprire troppo”.

Così, quasi senza accorgertene, ti ritiri dal contatto. Non completamente, ma quanto basta per continuare a reggere.

Il risultato è che ciò che è vivo dentro resta in secondo piano, mentre il fare prende il posto del sentire.


La soluzione: fermarsi ed ascoltare

Fermarsi non significa risolvere tutto. Significa interrompere, anche solo per pochi minuti, il flusso automatico.

Ascoltare non è analizzare, ma notare cosa sta accadendo ora: nel corpo, nel respiro, nel ritmo interno.

Un possibile inizio è semplice:

  • fermarti un momento

  • portare attenzione al respiro

  • lasciare emergere ciò che c’è, senza giudicarlo

Molte persone temono che questo spazio possa travolgerle: pensieri, emozioni, stanchezza trattenuta.
E allora si torna rapidamente alle cose “più urgenti”, rimandando ancora.


La metafora della pentola a pressione

pentola a pressione stress

Immagina una pentola a pressione sul fuoco. All’inizio il fischio è lieve, poi diventa insistente.

Nota cosa succede in te mentre immagini questa scena.

Forse la prima reazione è voler aprire subito il beccuccio. Ma il vapore è troppo forte: scotta, spaventa.
Allora lo richiudi e ti dici che non è il momento. C’è qualcos’altro di più urgente da fare. Nel frattempo, la pressione resta.

Nel tempo possono accadere due cose:

– Esplosione: Alla lunga, potresti “scoppiare” o intristirti.
– Evitamento: Torni a evitare l’ascolto, placando il rimpianto con un meccanismo di
evitamento.


Gestire la pressione interna:

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non significa eliminarla, ma regolare il calore:
Come sarebbe se:
– Abbassassi il calore della pentola.
– Permettessi al vapore di sfiatare lentamente.
– Osservassi con presenza ciò che succede, gestendo eventuali fuoriuscite roventi.

Probabilmente, otterresti un buon piatto da condividere con i tuoi invitati!


Esercizio pratico

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Prova a fermarti per qualche minuto:


1. Chiudi gli occhi e prendi contatto con il tuo respiro.
2. Chiediti: “C’è qualcosa di piccolo che potrebbe farmi sentire meglio adesso?”
3. Se individui qualcosa, prova ad agire in quella direzione.


Sintesi:

Quando il tempo sembra non esserci:

  • l’ascolto interno tende a restringersi

  • il contatto con ciò che conta viene rimandato

  • la pressione aumenta

Concederti anche pochi minuti di presenza può fare la differenza.

Chiediti: “Questo mi va bene o sento il desiderio di qualcosa di diverso?” Immagina come potrebbe essere e prova a muoverti, poco alla volta, in quella direzione.
Osserva l’effetto e aggiusta il tiro.


COME TI SENTI?

Se ti va, raccontami cosa si è mosso leggendo questo articolo. Puoi farlo anche usando una metafora:
Quando sto così… è come se…

Puoi scrivermi all'indirizzo [email protected] indicando nell'oggetto il titolo dell'articolo.

Questo spazio non nasce per dare risposte definitive, ma per aprire un dialogo. E ciò che emerge nell’incontro è sempre parte del processo.

Con affetto,
Barbara

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Barbara Bonacci

Psicologa - Psicoterapeuta

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